E' proprio necessario dire a mio figlio che lo abbiamo adottato? di Silva Oliva (16.07.2013)

E’ proprio necessario dire a mio figlio che lo abbiamo adottato? 

 

di Silva Oliva (16.07.2013)


 

1)   E’ proprio necessario che io dica a mio figlio che è stato adottato?

 

E’ una domanda che  fanno i genitori che hanno preso in adozione bambini molto piccoli, prima dei due anni, in quanto pensano che il bambino non ricorderà nulla delle sue origini. Questa supposizione non risponde al vero perché, da esperienze cliniche, risulta che i bambini adottati anche molto piccoli ricordano oscuramente qualche elemento del loro ambiente natio e delle parole e dei segni della loro  lingua originale, elementi  che spesso compaiono  nei sogni in modo misterioso ed inquietante. Talvolta i genitori adottivi si chiedono se non sia meglio che il bambino creda di essere un figlio naturale dei genitori adottivi, per non sentirsi diverso dagli altri bambini. Mentre nel passato questa idea era diffusa, ora si è visto che è più opportuno dire al figlio la verità per tutelare sia la serenità del bambino che dei genitori adottivi.

 

Infatti, se qualcuno in famiglia conosce la verità, è molto probabile che venga fuori un accenno in materia. I bambini sono molto sensibili a piccole variazioni del tono della voce, a discorsi interrotti al loro apparire, ad imbarazzi che riguardano l’argomento dell’adozione e captano inconsapevolmente qualcosa di misterioso che li riguarda e possono diventare diffidenti e sospettosi. Si è visto che molti figli adottivi, quando vengono informati sulla verità della loro nascita, affermano di averlo sempre oscuramente avvertito, come un elemento inquietante che li riguardava. Inoltre se vengono a scoprire, per cause accidentali, la verità sulla loro nascita, la consapevolezza improvvisa costituisce senz’altro un trauma.

 

2) Perché provo tante difficoltà a dirlo?

 

Per alcuni genitori può essere difficile dire al bambino che è stato adottato perché non sono ancora riusciti ad elaborare la dolorosa evenienza della riscontrata impossibilità a generare naturalmente. L’adozione, che li ha resi padri e madri, non è stata sufficiente a rimarginare una ferita che si tenta di dimenticare più che di pacificare dentro di sé. Ritengono che il bambino sia del tutto all’oscuro delle circostanze della sua nascita e temono che rivelare lo stato dei fatti possa essere traumatico per cui non osano affrontare l’argomento e rimandano le informazioni procrastinandole nel tempo. In realtà l’informazione tanto più risulta traumatica quanto più risulta tardiva. Dobbiamo pensare che lo scoprirlo per caso lo farebbe sentire ingannato rispetto a qualcosa di importante che lo riguarda e questo costituisce un lascito pesante nel rapporto con i genitori adottivi che può generare diffidenza e sfiducia.

 

2)   Quando lo posso dire?

 

La cosa migliore è dirlo fin dall’inizio, cogliendo ogni minima occasione per parlare della realtà dei fatti. Non ha molta importanza se il bambino è troppo piccolo per poter capire: da ricerche fatte, risulta che i bambini capiscono la differenza tra l’essere nato in una famiglia e l’essere stato adottato all’incirca verso i cinque anni, ma non è opportuno aspettare fino a questa età.  Si può cominciare con parole semplici non appena, ad esempio, il bambino si mostri incuriosito verso una signora in evidente stato di gravidanza. Si può dire che la signora ha un bambino nella pancia, ma che lui non è stato nella pancia della sua mamma  bensì in quella di un’altra signora che non ha potuto tenerlo con sé anche se forse lo avrebbe desiderato e ha sperato che ci fossero dei papà e delle mamme che avrebbero potuto farlo crescere al posto suo. Così loro, che desideravano tanto un bambino, sono stati tanto felici di averlo con loro, nella loro casa. Questo è sempre e comunque vero, qualunque sia stata la ragione per cui il bambino è stato dato in adozione.

 

Aver parlato dell’adozione fin dall’inizio farà sentire al bambino che ha sempre saputo della sua origine  e farà sentire i genitori più tranquilli e più in grado di rispondere alle domande consapevoli e circostanziate del figlio quando questi sarà in grado di formularle.

 

3)   Non succederà che non mi ami più?

 

Non succederà perché i bambini amano coloro che si prendono cura di loro  e che li amano, sentono quelle persone come i loro  genitori e i loro referenti in ogni momento della vita, indipendentemente dai legami genetici. Il dire la verità fin dall’inizio, costruirà la fiducia nei genitori adottivi  e aiuterà il bambino ad accettare le sue origini: anche se l’inizio della sua vita  è stata segnata dalla separazione dai genitori biologici, altre persone lo hanno desiderato e voluto come loro figlio e questo, oltre a dare speranza e fiducia nelle possibilità che la vita può offrire,  potrà rafforzare le sue identificazioni con le funzioni genitoriali.

 

4)   Che fare se vorrà avere notizie dei suoi genitori genetici?

 

Tutti i bambini sono curiosi delle circostanze della loro nascita e se il bambino adottato fa domande e viene ascoltato, sarà più spontaneo nell’ esprimere i suoi pensieri, i suoi dubbi e le sue emozioni; se domanda vuol dire che si sente sicuro dell’amore dei suoi genitori adottivi e li sentirà ancor di più come i suoi “veri” genitori.

 

La cosa migliore è aiutarlo a mantenere un legame con il suo ambiente di origine: se è possibile e  il bambino lo desidera, è importante visitare il luogo da cui proviene come pure  aiutarlo a mantenere i rapporti con i fratelli nell’ipotesi che esistano e che, ad esempio,  siano stati adottati da altre famiglie. Il fatto di mantenere qualche legame   con le sue origini, farà sentire al bambino adottato che la sua infanzia non è perduta e potrà pacificarlo con  questa esperienza della sua vita: il non essere stato allevato dai suoi genitori biologici.

 

Se il genitore sente disagio ed angoscia nell’affrontare le domande del bambino, al di là della sua convinzione razionale, è possibile che alcuni colloqui con uno specialista possano aiutarlo ad affrontare più serenamente  le richiesta e le domande del figlio adottivo.

 

 

16/07/2013

Centri Clinici AIPPI

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