Aiuto, mio figlio gioca con le bambole di C. Mezzalama e L. Mercuri

Aiuto, mio figlio gioca con le bambole

 

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore


Ci sono giochi da maschio e giochi da femmina? L’identità di genere orienta la scelta del gioco? Maschile e femminile: poli opposti o facce della stessa medaglia? Come si riconosce un disturbo dell’identità di genere? Che fare? Ci sono giochi da maschio e giochi da femmina? Siamo abituati a considerare le bambole e i giochi che riproducono oggetti di uso domestico come tipicamente femminili mentre viene naturale accostare macchinine, costruzioni e pupazzi alieni ai maschi. Solitamente è proprio questo che avviene: in una stanza piena di giochi la maggioranza delle bambine sceglierà bambolotti e pentolini mentre i bambini prenderanno una pistola, un pallone o mostri e robot. Ci saranno tuttavia anche alcune bambine che si lasceranno affascinare da un robot e bambini che giocheranno a preparare il caffè. Se è vero che l’identità di genere orienta la scelta di un gioco piuttosto che un altro, è giusto preoccuparsi per quei bambini che si discostano dal comportamento usuale dei loro coetanei? In realtà non sempre l’identità di genere orienta la scelta del gioco e non sempre bisogna preoccuparsi per quei bambini che si distinguono dagli altri per le loro scelte ludiche. L’identità di genere orienta la scelta del gioco? I bambini nascono con un’identità di genere predefinita geneticamente, che orienterà il loro modo di entrare in relazione con il mondo e con coloro che li circondano. Secondo autorevoli studi, il nucleo dell’identità di genere sarebbe già stabilito e sostanzialmente non modificabile intorno ai 2 o 3 anni. D’altronde i bambini nascono anche con una straordinaria capacità di adattamento all’ambiente che può modificare profondamente quello stesso modo di relazionarsi con il mondo che consideriamo biologicamente predeterminato. Ricerche recenti valorizzano queste possibilità di cambiamento e mettono in dubbio l’immutabilità del senso nucleare di genere. Siamo più natura o più cultura? Il dibattito è tuttora aperto. In questo senso ciò che l’ambiente offre ai bambini, con particolare riferimento a modelli, giochi e comportamenti assume notevole importanza: un bambino che cresce insieme a molte bambine troverà naturale giocare con le bambole, senza che questo debba compromettere lo sviluppo della sua normale identità sessuale. Maschile e femminile: poli opposti o facce della stessa medaglia? Ogni uomo e ogni donna possiede all’interno del nucleo profondo della personalità una parte femminile e una parte maschile. A seconda dell’identità di genere, crescendo, svilupperà una delle due in maniera predominante, continuando tuttavia a serbarle entrambe per far fronte agli adattamenti sempre più impegnativi che la vita man mano richiede: così un uomo potrà sorprendersi della sollecitudine e della tenerezza con cui accudirà i suoi figli e si dedicherà alla sua compagna. Così una donna, senza perdere la sua femminilità, potrà servirsi della sua parte maschile per affrontare una sfida professionale. Tutto questo con grande arricchimento del rapporto con sé stessi e con gli altri Tornando all’infanzia, si tende a considerare preoccupante, in un bambino, una predilezione per giochi tipicamente attribuiti al sesso opposto, temendo che tale scelta sia predittiva di un futuro orientamento omosessuale. In realtà, anziché preoccuparsi prematuramente di tale eventualità, bisognerebbe chiedersi se il bambino, con tale predilezione, non stia manifestando un disturbo dell’identità di genere, che, se accertato, comprometterebbe non solo il suo orientamento sessuale, ma tutto il suo sviluppo e la sua vita di relazione. Come si riconosce un disturbo dell’identità di genere? Non è tanto al gioco prescelto che si dovrebbe prestare attenzione, quanto piuttosto alla modalità con cui il bambino gioca. L’assenza di curiosità, il gioco troppo spesso solitario o ripetitivo, il rifiuto di partecipare ai giochi di gruppo possono essere degli indicatori di una fragilità interiore, che si manifesta con una generale mancanza di vitalità e con un comportamento inibito, spesso accompagnato da una carenza di capacità immaginativa. Un esempio di questo può essere il gioco dei travestimenti. Mascherarsi può essere per il bambino un’occasione di mettersi nei panni dell’altro e sperimentare ruoli e modelli che lo aiutano a sviluppare i diversi aspetti della sua personalità. Quando però il travestirsi diventa ripetitivo, quando assume un carattere di segretezza e si accompagna ad una massiccia imitazione del comportamento dell’adulto, ad esempio attraverso l’abbigliamento o certe posture del corpo, tradisce un senso di vuoto interiore che il bambino cerca di colmare aderendo all’aspetto più esteriore e superficiale dell’adulto di riferimento. Ad una riflessione approfondita, si comprende che, con tali comportamenti, il bambino manifesta un disagio che assume la forma dolorosa di sentirsi estraneo a sé stesso. Sono queste le espressioni di un disturbo dell’identità di genere, che solitamente nasconde un più generale difetto nella formazione dell’identità. Che fare? Generalmente questi comportamenti del bambino suscitano nei genitori una reazione di allarme accompagnata da una sensazione di non riconoscimento del proprio figlio che possono innescare un immediato intervento teso ad interrompere il gioco. Ma non bisogna dimenticare che dietro a questi comportamenti del bambino si nascondono sempre un grande dolore e una grande vulnerabilità che dovrebbero suggerire agli adulti, al contrario, una condotta di non intromissione e di attesa che favorisca un’osservazione attenta dell’insieme degli atteggiamenti del bambino nei vari ambiti del suo agire. Se questa osservazione conduce poi a riscontrare la presenza di quei segnali di cui sopra, assenza di curiosità, gioco solitario o ripetitivo, rifiuto di partecipare ai giochi di gruppo, è possibile che ci si trovi di fronte ad un disturbo dell’identità di genere. In tal caso l’indicazione è certamente quella di rivolgersi ad un esperto che sia in grado di valutare la situazione con gli strumenti adeguati. Chiara Mezzalama Psicologa, psicoterapeuta, AIPPI e Laura Mercuri Psicologa, psicoterapeuta RubricaDialoghi con i genitori a cura di Bianca Micanzi Ravagli Redazione della rivista Richard & Piggle © Il Pensiero Scientifico Editore

24/03/2010

Centri Clinici AIPPI

I Centri Clinici AIPPI offrono, a costi contenuti, consultazioni e percorsi psicoterapeutici ad indirizzo psicoanalitico per bambini in età pre-scolare, scolare, adolescenti con lievi o gravi difficoltà nella sfera emotiva e relazionale e per genitori che si trovano ad affrontare problematiche di coppia e/o legate al rapporto con i figli.

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