L'emergenza e i minori. Di B. Micanzi

 

 

L'EMERGENZA E I MINORI

 

A cura di Bianca Micanzi

 

La Repubblica di ieri è uscita titolando in prima pagina “Otto milioni di bambini dimenticati nella fase 2”. Sono i minori di 14 anni e i numeri sono quelli dell’ISTAT.

Per gli adolescenti la questione è diversa. Altri problemi, altre risorse. Ma la fascia di età 0-14 a cui si riferisce il titolo, sembra dimenticata dai provvedimenti attuali sulla riapertura delle scuole e su quella, ancor più difficile degli asili nido. Gli articoli che seguono mostrano come la fase 2 stia offrendo loro ben poco.

Anche se il contenuto si riferisce unicamente alla salute fisica e a un benessere psichico che, si suppone, non sia stato compromesso dalla lunga fase di lockdown, viene da dire: “Finalmente se ne parla!”

È però solo un inizio, poiché dà per scontato che la fase 1 dell’emergenza, con tutto ciò che ha comportato, non abbia neanche sfiorato il benessere psichico dei bambini solo perché fruivano della presenza obbligata dei genitori.

È possibile crederlo? Sappiamo tutti che il benessere psichico dei minori non va dato per scontato ed è comunque strettamente interdipendente da quello degli adulti da cui dipendono e che, senza eccezione, sono stati e sono alle prese con una situazione che aveva dell’inimmaginabile.                                                                          

Credo che sulla realtà di una emergenza psichica e psichiatrica nella attuale pandemia pochi dubbi possano sussistere: tra i fattori di rischio elencati nell’Asse IV del DSM IV, l’emergenza coronavirus deve essere considerata alla stregua delle catastrofi naturali a cui si associano necessariamente altri fattori di gravità, quali, per tutti, l’incertezza generale sul futuro e il timore fondato di un peggioramento delle proprie condizioni di vita che già attualmente comportano forzati cambiamenti fuori e dentro la famiglia. Su qualcuno incombono, quando non sono già avvenuti, i lutti e la perdita del lavoro.

Tuttavia dell’emergenza psichica e psichiatrica ben poco si è detto durante la prima fase di lockdown. Solo di recente sulla stampa e sui media sono apparsi in merito i comunicati dell’OMS e si è parlato della riapertura dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura, ma, nel suo insieme, la sanità pubblica resta per ora accessibile solo per gli interventi di urgenza: tutto il resto è sospeso e rinviato non si sa a quando e le psicoterapie, anche nei casi gravi, non rientrano, che io sappia, negli interventi urgenti. È vero che si sono avviate, anche su sollecitazione istituzionale, iniziative lodevoli come i Centri di Ascolto, ma queste sono da considerarsi risorse aggiuntive e non sostitutive alle strutture sanitarie.

La situazione è da considerarsi anche peggiore per i minori. Eppure, quasi tutti, anche i più fortunati sono stati privati dell’aria aperta, della scuola e delle attività che scandivano la giornata con ritmi di vita ormai assimilati, della compagnia dei coetanei e dei familiari ai quali, in assenza dei genitori, erano spesso affidati. E, -perché non dirlo - nelle case e negli appartamenti che, nel migliore dei casi sono divenuti di necessità uffici, palestre, scuole a distanza e asili nido, oltre alla stanchezza e alla preoccupazione dei genitori, sono circolate le ansie più gravi. E si sa che l’ansia è come il Covid: si trasmette senza che ce ne accorgiamo.

Questo nel migliore dei casi.

Perché, come è avvenuto per la chiusura delle scuole, tutto ciò non ha suscitato in tempo reale quelle reazioni che ci saremmo aspettate? Per indifferenza? Per rassegnazione?

Tra le voci che si sono tempestivamente levate voglio citare lo studio della Comunità di Sant’Egidio sulla didattica a distanza, studio condotto a Roma nelle zone periferiche che ha mostrato come il 41% dei minori non ha potuto fruirne. Non è che ci siamo dimenticati dei bambini in difficoltà? Come si presenta per loro - e per le loro famiglie - la fase due?

Queste domande meritano una riflessione. Per esperienza sappiamo che la sola idea che i bambini soffrano suscita negli adulti una risposta difensiva come il diniego. L’ idea che la pandemia avrebbe potuto colpirli ci riempie di un timore superstizioso. Ma se non sopportiamo questi pensieri non possiamo nemmeno sperimentare il sollievo di saperli al riparo da essa, e, al contrario, rischiamo di sottovalutare le difficoltà che hanno incontrato e che tuttora incontrano, perpetuando l’idealizzazione dell’infanzia e del potere salvifico della famiglia.

Il valore difensivo di queste idealizzazioni va riconosciuto, e lo sa bene chi a vario titolo svolge una professione di aiuto all’infanzia, chi, come la nostra associazione, offre una formazione in tal senso.

Finora la parola d’ordine era “State a casa”, ma la fase 2 è iniziata senza che si sia dato spazio sufficiente ad una elaborazione del lockdown e delle sue condizioni di urgenza e necessità che legittimavano le barriere difensive. Come è noto, paradossalmente, in gravi in situazioni di emergenza funzionano meglio: il fatto che la realtà esterna superi le fantasie più persecutorie in qualche modo le allevia. La stretta osservanza delle norme igieniche legittima i sintomi ossessivi e l’isolamento perde il suo carattere di ritiro.

L’irrequietezza dei bambini, difensiva dalla depressione, era naturale spiegarla con le privazioni di moto e di compagnia.

Ma dove c’erano patologie preesistenti, come pensare che l’isolamento, le convivenze forzate, l’ansia per il futuro che per molti significa le fonti sostentamento, non le abbiano aggravate?

Purtroppo a questo panorama va aggiunta la difficile ripresa delle psicoterapie nei TSMREE. Se per gli adolescenti la psicoterapia si è potuta effettuare a distanza - e su questo ci sarà certamente una riflessione - per i bambini, specie per i più piccoli è urgente la ripresa.

Il piccolo Hans, Trude, Richard e Piggle non sono letteratura psicoanalitica, sono bambini in difficoltà cui la nostra associazione si dedica con l’attività clinica privata e istituzionale; con la partecipazione all’attività culturale e scientifica nei convegni, nelle pubblicazioni, nella rivista, e con la formazione offerta dalla scuola. E ora con una rinnovata presenza sul sito che si spera possa arricchirsi continuamente.

I servizi da sempre hanno in carico famiglie multiproblematiche in cui la sofferenza mentale si perpetua con poche varianti da una generazione all’altra. Ad esse si sono aggiunte nel nostro paese quelle derivanti dal disagio legato all’immigrazione e più generalmente dalla precarietà economica e sociale che ha caratterizzato questi ultimi anni.

La continuità è stata al cuore della politica associativa dell’AIPPI che non ha mai interrotto le attività di formazione e ha incoraggiato la prosecuzione del lavoro sperimentando, dove possibile, gli interventi a distanza e, dove non lo era, si è impegnata a non interrompere la continuità dei rapporti con i piccoli pazienti e con le loro famiglie per mantenere viva la fiducia in una ripresa per la quale si sta continuando a lavorare.

23/05/2020

Centri Clinici AIPPI

I Centri Clinici AIPPI offrono, a costi contenuti, consultazioni e percorsi psicoterapeutici ad indirizzo psicoanalitico per bambini in età pre-scolare, scolare, adolescenti con lievi o gravi difficoltà nella sfera emotiva e relazionale e per genitori che si trovano ad affrontare problematiche di coppia e/o legate al rapporto con i figli.

I Centri Clinici offrono consulenze a professionisti impegnati nel lavoro con i bambini ed adolescenti e nelle professioni di aiuto. Contatta il Centro clinico AIPPI più vicino a te (Milano, Roma, Napoli) per saperne di più e per fissare il primo colloquio.

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